
Era la notte di Capodanno e mi trovavo a casa di un’amica. La casa era piena di persone. C’era chi rideva, chi ballava, chi raccontava vecchie storie e chi, con un bicchiere in mano, aspettava impaziente l’arrivo del nuovo anno.
Fuori, intanto, aveva iniziato a piovere.
Mi avvicinai alla finestra e rimasi qualche istante a osservare le gocce che scivolavano lentamente sul vetro, quasi ipnotizzato. Fu allora che nacque un’idea tanto assurda quanto irresistibile: vedere la neve proprio quella notte.
Ripensandoci oggi, qualcuno potrebbe dire che ci vuole un pizzico di follia per lasciare una festa di Capodanno e mettersi in viaggio, da soli, verso una montagna immersa nel buio.
Forse aveva ragione.
Ma ci sono decisioni che non nascono dalla logica. Arrivano all’improvviso, bussano alla porta del cuore e chiedono soltanto di essere seguite.
Salutai gli amici senza dare spiegazioni. Salii sulla mia fedele Fiat 500, accesi il motore e lasciai che la musica accompagnasse il viaggio.
Le luci del paese scomparvero lentamente nello specchietto retrovisore. Davanti a me c’erano soltanto la strada, il rumore del motore e la pioggia che, salendo di quota, iniziò a trasformarsi. Prima un leggero nevischio, poi i primi fiocchi di neve che danzavano davanti ai fari.
Dopo circa due ore raggiunsi un piccolo paese di montagna.
Sembrava addormentato.
Le strade erano deserte, le finestre chiuse, il silenzio quasi irreale.
Solo un piccolo bar aveva ancora una luce accesa.
Entrai.
Dietro il banco trovai un anziano barista dai grandi baffi grigi. Ordinai un caffè caldo e gli raccontai che ero partito semplicemente per vedere la neve.
Mi guardò con un sorriso divertito.
«Se vuoi vedere quella vera» disse indicando la montagna oltre la finestra, «devi salire ancora un po’. C’è un vecchio rifugio. La strada è stretta, ma stanotte è bellissima.»
Lo ringraziai, pagai il caffè e ripresi il cammino.
La salita diventava sempre più silenziosa.
La neve ricopriva lentamente ogni cosa.
Dopo circa mezz’ora apparve il rifugio.
Sembrava uscito da un sogno: costruito in legno e pietra, con il tetto completamente imbiancato e una sola finestra illuminata.
Fu quella luce ad attirarmi.
Mi avvicinai lentamente.
Attraverso il vetro vidi una ragazza seduta davanti al camino. Aveva un quaderno sulle ginocchia. Ogni tanto scriveva qualche riga, poi si fermava a guardare il fuoco, come se aspettasse che fossero le fiamme a suggerirle le parole.
Istintivamente bussai al vetro.
Lei alzò lo sguardo.
Per un istante rimase sorpresa.
Poi sorrise.
Quel sorriso aveva qualcosa di rassicurante, come se ci conoscessimo da molto tempo.
Pochi secondi dopo aprì la porta.
«Buonasera.»
«Scusami se ti disturbo. Sono arrivato fin quassù soltanto per vedere la neve.»
Lei sorrise.
«Allora sei arrivato nel posto giusto. Entra. Fa troppo freddo per restare fuori.»
Entrai.
Il calore del camino mi avvolse immediatamente. Il profumo del legno che bruciava rendeva quell’ambiente ancora più accogliente.
Lei preparò due tazze di cioccolata calda e ci sedemmo davanti al fuoco.
Parlammo.
Di libri, di musica, dei viaggi, delle montagne e di quei sogni che, qualche volta, continuiamo a custodire anche quando smettiamo di raccontarli agli altri.
Le parole scorrevano con una naturalezza sorprendente.
Non c’era bisogno di fare domande.
Le risposte arrivavano da sole.
Ogni tanto il silenzio prendeva il posto delle parole.
Ma era un silenzio pieno di serenità, di quelli che non mettono in imbarazzo, anzi, fanno sentire ancora più vicini.
Fuori continuava a nevicare.
I fiocchi cadevano lenti, illuminati dalla luce della luna.
Il tempo sembrava essersi fermato.
Quando le prime luci dell’alba iniziarono a colorare di rosa le cime delle montagne, capimmo entrambi che la notte era finita.
Ci alzammo in silenzio. Non perché non avessimo più nulla da dirci, ma perché alcune emozioni chiedono soltanto di essere vissute.
Lei mi accompagnò fino alla porta del rifugio.
L’aria era limpida e la neve brillava sotto i primi raggi del sole.
Ci guardammo negli occhi.
Sorridemmo.
Poi ci scambiammo un lieve bacio sulla guancia.
«Buon viaggio.»
«Grazie… e buona scrittura.»
Salii sulla mia Fiat 500 e ripresi lentamente la strada verso valle.
Nello specchietto retrovisore il rifugio diventava sempre più piccolo, fino a confondersi con il bianco della neve.
Non ci scambiammo indirizzi.
Non ci promettemmo di rivederci.
Non ce n’era bisogno.
A volte la vita ci regala incontri che non chiedono di essere trattenuti.
Chiedono soltanto di essere vissuti.
E, forse, proprio per questo, rimangono con noi molto più a lungo di tanti altri.
Mentre la strada scendeva lentamente verso la valle, continuavo a domandarmi se alcune persone entrino nella nostra vita soltanto per una notte… oppure se il destino abbia semplicemente deciso di rimandare il resto della storia.
