
Il sole splendeva alto sulle vette alpine quando il nostro gruppo — una compagnia chiassosa di amici, coppie che litigavano per chi dovesse caricare la borsa frigo e single in cerca di guai — arrivò finalmente al pianoro per il picnic. Tra risate, fumo della griglia e il classico caos da gita fuori porta, la giornata volò via in un lampo.
Poi arrivò il momento della discesa. Eravamo tutti pronti a rimetterci in moto quando Giulia, una ragazza conosciuta proprio quel giorno, mi si avvicinò con un sorriso timido: «Ehi, mi dai un passaggio tu giù al parcheggio principale? La mia macchina è rimasta laggiù».
Non me lo feci ripetere due volte. La mia Mini era lì che aspettava, una vera e propria bestia da rally con l'assetto rigido e un rombo capace di far tremare le foglie. «Sali, ma tieniti forte», dissi con un ghigno.
Appena ingranata la marcia, dalla radio portatile grattò la voce del solito burlone del gruppo: «Allora, la regola è classica: l’ultimo che arriva in fondo paga il giro di birre al bar del paese!».
Non feci in tempo a imprecare che li vidi già schizzare via in una nuvola di polvere. «Non vale, eravamo ancora fermi!», urlai alla radio, ottenendo in risposta solo una risata registrata. Guardai Giulia, che sembrava tranquilla. «Senti, ti spiace se spingo un attimo? Dobbiamo recuperarli». Lei annuì, chiaramente ignara del pericolo.
E lì si scatenò l’inferno. Diedi gas e la Mini rispose con un colpo secco, divorando i tornanti. Per guadangare metri preziosi, iniziai a fare il pelo ai bordi della strada: due ruote sull'asfalto rovente e due sulla terra battuta, lanciando sassi e ghiaia a destra e a sinistra. Eravamo un proiettile di metallo lanciato nel vuoto.
A metà discesa, il mio spirito da pilota prese il sopravvento. Superai la berlina di Marco in un punto in cui non sarebbe passata nemmeno una bicicletta, infilando la curva successiva in derapata controllata mentre lo scarico scoppiettava come una mitragliatrice. Diedi un'occhiata di sosta a Giulia: era letteralmente incollata al sedile, le nocche bianche che stringevano la maniglia come se fosse l'ancora di salvezza del Titanic. Nessun urlo, solo il muto terrore di chi sta rivedendo la propria vita in un nanosecondo.
Arrivammo al parcheggio a valle con una frenata a mano da brivido, fermandoci davanti al bar con metri di gomma bruciata sull'asfalto. Primi assoluti.
Gli altri arrivarono pochi minuti dopo, sconvolti. «Ma sei completamente pazzo!», urlò qualcuno scendendo dall'auto. Ma la mia attenzione era tutta per Giulia: provò ad aprire lo sportello, ma le sue gambe si erano trasformate in gelatina. Scese barcollando e rimase immobile, con lo sguardo perso nel vuoto e un colorito vagamente verdognolo.
Non riusciva a riprendersi, così siamo finiti direttamente al pronto soccorso, più che altro per smaltire lo shock e un tremore incontrollabile. Quando il medico ci chiese la dinamica dell'incidente, guardò la mia Mini, guardò noi e scosse la testa ridendo: «Ragazzi, la prossima volta fate una partita a briscola!».
Giulia si è ripresa dopo un'ora abbondante di aria fresca e camomilla, ma oggi, se vede una Mini parcheggiata, cambia prudentemente marciapiede. Quanto a me? Ho pagato volentieri il giro di birre ai miei amici, perché vedere le loro facce mentre brindavano "al pilota di Formula 1" è valso ogni singolo brivido di quella discesa.