Il lavaggio industriale

 
Avevo le chiavi in tasca, e le stringevo più del necessario — come se potessero scappare, o come se dovessi convincermi che erano vere. Il cuore, quella sera, batteva un po’ più su del solito. La sensazione era che qualcosa stesse per cambiare davvero.

Angelica non fece molte domande. «Aldo mi ha dato il suo monolocale,» le dissi. «Vuoi venire a bere qualcosa?»

Lei rise. «Che generoso, Aldo. Gli hai promesso qualcosa, o lo fa gratis?» Poi, guardandomi dritto negli occhi, aggiunse: «E tu… cosa vuoi bere?»

L’appartamento era piccolo, ma in ordine — troppo in ordine, il classico ordine di chi ha appena nascosto in fretta le proprie cose. Sul tavolino, una bottiglia già mezza aperta e due bicchieri spaiati. Angelica si tolse la giacca, si sedette con un’eleganza disarmante e accavallò le gambe, notando ad alta voce che il divano di Aldo scricchiolava già, prima ancora che qualcuno ci si appoggiasse davvero. Il suo sguardo non chiedeva, ma ascoltava.

Parlammo del niente, come spesso si fa quando c’è troppo da dire. Poi il silenzio si prese lo spazio delle parole. Lei si avvicinò e io non mi spostai. Ci fu un bacio. Non lungo, ma preciso. Il tipo di bacio che ti dice: «Sono qui. Sei pronto?»

Sul comodino, una foto di Aldo in vacanza, imbarazzante e fuori posto, ci osservava di sbieco — e per un attimo mi venne da ridere nel bacio stesso, un riso che lei sentì e non chiese di spiegare. Le sue mani si muovevano piano, senza esitare. I suoi occhi rimanevano aperti anche quando chiudeva le labbra. E io non avevo più nulla da dimostrare. Solo da vivere.

Ci spogliammo a metà, poi un po’ di più. Le lenzuola di Aldo scricchiolavano sotto di noi, e a un certo punto mi venne da ridere per davvero. «Se ci becca,» sussurrai, «mi fa pagare il lavaggio industriale.»

Lei rise, senza fermarsi. «Allora cerca di farlo valere, questo lavaggio.»

Dopo, ci fu il silenzio vero. Quello che arriva quando ogni cosa è stata detta con la pelle. Lei rimase lì, il volto rivolto verso la finestra, come se volesse trattenere l’alba. Il suo respiro si accordava al mio, lento e silenzioso. Non parlavamo, ma ci stavamo ascoltando.

Saranno state le quattro, forse le quattro e mezza. All’improvviso, un clic lieve. La porta del monolocale si aprì. Qualcuno accese la luce bassa dell’ingresso. Passi pesanti, incerti, di chi ha bevuto un po’. La porta del bagno si chiuse. Poi si riaprì.

Eccolo. Aldo.

Ci guardò, sbuffò e si grattò la testa. Con un tono secco, ma con un ghigno che si mordeva a fatica, disse: «Putt’eva… è arrivato suo marito. Ho dovuto quasi saltare dalla finestra! Fuori ci sono tre gradi, cani che abbaiano, e voi due qui dentro a riscaldarvi e a sporcarmi le lenzuola!»

Fece una pausa, poi ci puntò un dito contro, come un finto giudice: «Perché se non avete finito, non voglio sentire adesso le molle del materasso che scricchiolano.»

Si girò, sospirò e concluse: «Buonanotte.» Sparì dietro la porta della cucina, lasciandoci lì, nudi, colti in flagrante, e piegati in due dalle risate.