
Il 28 dicembre la montagna era già tutta bianca, e il freddo aveva quella qualità secca che rende l’aria quasi tagliente, la luce quasi troppo chiara.
Mi trovavo al Monte Pana per lavoro. Quella sera decisi di scendere alla discoteca dell’albergo, uno di quei locali dove si mescolavano turisti, maestri di sci, dipendenti e ragazzi del posto — tutti a dimenticare per qualche ora il gelo rimasto fuori dalla porta.
Fu lì che conobbi Anna.
Non ricordo chi fece il primo passo. Ricordo il suo sorriso: naturale, senza calcolo, di quelli che ti mettono a tuo agio prima ancora che tu abbia detto qualcosa.
Parlammo per ore, di tutto e di niente, come si fa quando tra due persone c’è subito intesa. Il tempo passava senza che ce ne accorgessimo.
A un certo punto Anna mi guardò e disse, semplicemente:
— «Se ti va, possiamo continuare a parlare nella mia stanza.»
Scrisse il numero su un foglietto e me lo porse.

Per non farci vedere uscire insieme, decidemmo che sarebbe andata prima lei. Rimasi ancora qualche minuto, la guardai allontanarsi, poi uscii anch’io.
Fuori trovai un amico, reduce dalla stessa serata e da qualche bicchiere di troppo.
«Vieni, ti accompagno io.»
Sarebbe stato più semplice tornare a piedi. Non ebbi il coraggio di dirgli di no.
Fu un errore.
All’incrocio, invece di prendere la salita verso l’albergo, imboccò la discesa. L’asfalto era ghiaccio vivo. Bastò un attimo e l’auto iniziò a slittare, fino a fermarsi di traverso, bloccata.
Scesi e spinsi con tutta la forza che avevo. Ci vollero diversi tentativi prima di rimettere la macchina in strada — e moltissimo tempo che non avevo.
Arrivai in albergo fradicio, sporco di neve e fango, in condizioni impresentabili. Salii in camera, feci una doccia, mi cambiai in fretta, prima di ripensare al foglietto con il numero.
Nel corridoio il cuore batteva più forte a ogni passo. Guardai l’ora: molto più tardi del previsto.
Forse si era stancata di aspettare. Forse aveva cambiato idea. O forse dormiva già.
Rimasi davanti alla porta per minuti che sembrarono infiniti, il dito a un centimetro dal campanello. Poi pensai che, se me ne fossi andato senza bussare, me ne sarei pentito per sempre.
Presi fiato. Suonai.
La porta si aprì e Anna era lì, con un sorriso che spazzò via in un istante tutta la tensione.
Entrai. Parlammo ancora per ore — una ragazza intelligente, semplice, che non aveva bisogno di stupire perché la sua naturalezza bastava da sola. Ridevamo come se ci conoscessimo da sempre.
Fuori continuava a nevicare. Dentro quella stanza, il tempo si era fermato. Non sapevamo cosa sarebbe venuto dopo, e in quel momento non ci importava: vivevamo solo quell’istante.
Con gli anni ho imparato che esistono incontri destinati a restare — non perché siano durati, ma perché arrivano al momento giusto e lasciano un segno che non si cancella.
Anna, per me, è uno di quei ricordi.
Ancora oggi, ripensando al Monte Pana, rivedo la neve, sento il silenzio della montagna, ricordo il corridoio e il batticuore davanti a quella porta — e il sorriso con cui mi accolse.
Il tempo non cancella certi ricordi. Li rende solo più preziosi.